a proposito del libro di Luisa Muraro “Dio è violent” (pubblicato su “leggendaria”)

Pubblicato 22/04/2013 di cicconestefano
Categorie: maschileplurale, nonviolenza

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Uno dei miei fumetti preferiti da piccolo era “l’uomo ragno”. Il protagonista, Peter Parker, sceglie di diventare “l’uomo ragno” dopo che suo zio viene ucciso da un rapinatore che lui aveva lasciato fuggire non utilizzando i propri superpoteri. La frase che sancisce questa scelta è: “a un grande potere corrispondono grandi responsabilità”. Luisa Muraro, nel suo libro “Dio è violent” ci ricorda che la responsabilità sta a tutti e non solo a chi ha un potere, perché tutti e tutte abbiamo una forza da mettere in gioco.

Il libro nasce dall’urgenza di produrre un’opposizione all’ordine esistente e alle forme di oppressione che genera, e dalla necessità che le donne lo facciano liberandosi dell’obbligo alla modestia e dell’autocensura che non ha permesso loro di riconoscere e mettere in gioco tutta la propria forza.

Rompere il senso comune che attribuisce agli uomini forza e capacità di agire e alle donne debolezza e passività, che chiede loro di essere “buone e brave” ha una grande potenza liberatoria. Tuttavia porta con sé delle insidie. Il rischio, non solo in questo testo, è quello di buttare – con l’acqua sporca della rappresentazione delle donne come soggetti deboli – il bambino della critica alle forme dominanti del conflitto. Un rischio simile si ha nella giusta resistenza alla vittimizzazione delle donne  a proposito della violenza maschile o dello scambio sesso denaro potere tra i sessi. Il fantasma della soggezione femminile rischia di fare velo alla necessità di una critica radicale delle forme in cui il conflitto si esprime e di contrastare la forza seduttiva del richiamo del simbolico patriarcale che lo imprigiona.

Cerco di interloquire con il testo a partire da un percorso collettivo che, dalle giornate contro il G8 a Genova alle manifestazioni degli ultimi anni, ha sviluppato una critica della violenza in quanto subalternità all’ordine simbolico dominante e alle retoriche che accompagnano l’involuzione militarizzata dei conflitti sociali. In questo percorso abbiamo detto che “Rabbia, conflitto, radicalità e violenza non sono sinonimi.

Le parole, ricorda Luisa Muraro, sono importanti e il loro uso non è neutro:

“Si affaccia così il motivo della mia insistenza ed è l’esigenza di istituire un’autorità femminile per correggere l’unilateralità mutilante dell’eredità culturale, avendo chiaro che l’autorità non va confusa né con il potere, da una parte, né con il prestigio, dall’altra” (pag 63)

Allo stesso modo forza conflitto e violenza non vanno confusi nè sono semplicemente in un gradiente quantitativo di intensità ma, al contrario, segnati da un salto simbolico radicale.

La continua oscillazione tra forza e violenza che attraversa il testo impedisce, a mio parere, quel di più di radicalità e di invenzione necessario ed ha dato adito a molte letture che ne hanno forzato il senso.

Nella sua lettura del libro Bascetta ci dice, ad esempio, che è necessaria la “consapevolezza che ogni esercizio della forza non può non contemplare lo sconfinamento nella violenza”.

La possibilità di andare oltre, di sconfinare nella violenza, nasce anche dall’osservazione dell’inefficacia delle mobilitazioni di fronte all’impermeabilità del potere politico e istituzionale. Qui si pone la necessità di una riflessione più articolata e complessa del legame tra “politica prima” e “politica seconda” che elabori i nessi tra pratiche sociali, soggettività, soggetti collettivi e forme istituzionali.

E se, poi, la violenza fosse la dimensione che entra in gioco all’estremo, quando forza, parola e conflitto nella relazione non bastano più, che margine di libertà avremmo nel giocarla?

Il desiderio di contrastare un’immagine di debolezza femminile resta monco senza una critica alle pratiche e ai linguaggi di espressione del conflitto e alla loro non neutralità. E infatti Ida Dominijanni  nella sua lettura del libro sente la necessità di

[…] immunizzare il libro dal rischio di interpretazioni rovesciate rispetto alle sue intenzioni: dal rischio di leggerci l’autorizzazione a un acting out di violenza femminile, o un’operazione di revisionismo (anti)femminista, o peggio ancora una mossa di sfida simmetrica alla matrice fallica della violenza.”

Ma nelle pratiche politiche il rischio non sta tanto in una violenza come “buco nero” irrazionale (l’acting out). Sta piuttosto nella riproduzione individuale di modelli virilisti e nell’esercizio organizzato che genera gerarchie, deleghe, riduzione delle differenze. Il ragazzino colpito in testa con un casco durante le manifestazione del 15 ottobre 2011 ci dice che non è solo lo Stato ad arrogarsi il monopolio dell’uso della violenza ma anche i piccoli poteri dei servizi d’ordine che “amministrano” l’esercizio della violenza giusta.

La sfida del libro è, dice, Dominijanni

“ non arretrare di fronte al fatto che lo sconfinamento fra forza e violenza – sovente inconscia, come insegna la psicoanalisi – è[…] talvolta possibile, e sapendo che va dosato: “quanto basta per combattere senza odiare, quanto serve per disfare senza distruggere”.

Proprio il riconoscimento della dimensione inconscia della violenza ci dovrebbe, però, mettere in guardia dall’idea di poterne amministrare il dosaggio (q,b, come in cucina, scrive Luisa Muraro) e spingerci  a tenere vivo uno sguardo critico verso il richiamo alla “simmetria fallica” che la violenza come linguaggio produce.

La critica radicale della violenza non si fonda quindi su una prospettiva illuminista di disciplinamento ma, al contrario, proprio dal riconoscere la dimensione inconscia e incorporata della soggettività come terreno non risolto ma problematico. Superare l’illusione di dosare e controllare e al contrario tentare di agire una pratica trasformativa che faccia i conti con la colonizzazione del nostro inconscio e dei nostri desideri.

Anna Simone, pur partendo da una cultura politica estranea alla nonviolenza propone: la ricerca di “un gesto politico mirato, netto, eppure non reattivo, nel senso di simmetrico alle forme della violenza statuale e dunque teatrale, ai limiti della “performance” post-moderna […]se vogliamo“approfittare” del volume di Muraro dovremmo anche interrogarci, in primo luogo, sulle pratiche. L’atto teatrale e performativo, quasi sempre solo maschile, del mettersi e togliersi il passamontagna, per esempio, ci dovrebbe aiutare a capire che il punto non è solo l’esercizio della violenza giusta e/o necessaria, ma comporta anche l’interrogazione sul modo e sullo stile,

Il problema non sta dunque nella gradazione quantitativa di violenza ma nel suo contenuto simbolico,nella sua subalternità culturale al linguaggio del dominio: l’emozione per il gesto atletico dell’eroico lancio della bottiglia contro i blindati, la sfida scudi contro scudi. Come maschio conosco e ho tentato di porre a critica l’emozione di sentirsi parte di un “corpo unico” che si scontra col “nemico”.  Appaiono significativi, a questo proposito, i frammenti dell’intervento “sull’uso della violenza” di Giada Sarra nel volume collettivo “Sensibili guerriere”

[Nello scontro di piazza ]Si comprende il proprio valore per la sopravvivenza del gruppo, si sa che se una maglia della catena cede crolla tutta la struttura e che, se hai scelto di essere una maglia, non puoi più tirarti indietro[….]L’adrenalina e l’estasi di fronte a una massa che ti corre alle spalle, il senso di comunità, di fratellanza, di sicurezza (sembra assurdo) e il desiderio di rivendicazione non si possono imparare.

Tenere aperta una critica della violenza vuol dire, dunque, non ridurre il conflitto ma estenderlo, resistere a pratiche e linguaggi che portino ad omologare la propria irriducibile singolarità.

Questa radicalità della nonviolenza viene spesso rimossa da una vulgata che la vuole ridotta a perbenismo. Anche nel testo di Muraro :

“La predicazione antiviolenza, nella misura in cui esclude a priori l’idea di una violenza giusta, favorisce l’abdicazione ad agire, se necessario, con tutta la forza necessaria. E ciò si ripercuote sull’intelligenza delle persone. […]Nessuno lo dice ma, secondo me nell’appannarsi dell’intelligenza collettiva in questo paese non c’entrano solo il consumismo o cose simili, ma anche la fine della sfida comunista che veicolava un’idea di violenza giusta, quella rivoluzionaria.” (pp. 34 e 35)

Eppure i nostri tempi sono proprio quelli del ritorno della violenza giusta che legittima il ritorno della guerra “democratica” per motivi umanitari. E proprio il femminismo mi ha aiutato a vedere come quella cultura della violenza giusta rivelasse la subalternità a un simbolico maschile ampiamente condiviso: dall’esperienza delle società dell’Est fino alla violenza politica nel nostro paese. Su questa domanda di radicalità ho incontrato con altri e altre della mia generazione una cultura politica a sinistra che attribuiva l’involuzione di quella storia non a un eccesso di radicalità o alla rinuncia all’uso della forza ma proprio all’omologazione a statalismo e dominio dell’economicismo e per essersi infilata nel confronto militare con l’Occidente o con lo Stato.

Ma la riduzione caricaturale delle critiche alla violenza a semplice moralismo perbenista viene ripreso ambiguamente (un esempio gli articoli di Bascetta o di Colombo in questo dibattito) per denunciare una “retorica antiviolenta” imposta come forma repressiva dei conflitti sociali. Andrea Colombo, ad esempio, afferma che “Quelli che dai giornali o dalle tv bolleranno indignati “le violenze” non sono neutrali. Difendono interessi opposti a quelli dei manifestanti. Stanno dall’altra parte della barricata”.

Eppure la pratica politica (e non mera predicazione) di grandi fette dei movimenti sociali ha teso, almeno dagli anni ottanta in poi in forme larghe, a fare della critica della violenza una disobbedienza a modelli gerarchici: non un conformismo delle buone maniere ma la volontà di non limitarsi al conflitto con il potere istituzionale e criticare la riproduzione di forme gerarchiche e di dominio tra le persone. Innanzitutto tra donne e uomini.

Non un precetto di disciplinamento, quindi, ma una ricerca di più radicalità e di alterità. Allo stesso modo è improprio schiacciare la nonviolenza sul rispetto legalitario delle regole formali: le azioni dirette nonviolente scelgono anche la rottura della legalità, mettono in gioco anche i corpi e producono conflitto collettivamente ma rifiutano di mutuare la cultura, il linguaggio e il modello gerarchico del sistema a cui si oppongono.

La violenza è un dispositivo, un linguaggio che trasforma il conflitto, lo militarizza, lo costringe in un ordine gerarchico e in una polarizzazione amico-nemico il cui esito non è la trasformazione, ma il far fuori l’altro/a e che porta con sé la rimozione dell’alterità che è dentro di noi e dentro la nostra parte. Rimuove, la conflittualità interna ai soggetti in campo, ne sottace la reciproca dipendenza e vulnerabilità, la complessità della relazione: imponendo la semplificazione del conflitto rimuove e costringe altri conflitti.

È possibile sottrarsi alla sfida simmetrica, alla matrice fallica della violenza, praticare la radicalità del conflitto senza rassegnarsi alla seduzione della sua ritualità?

Se guardiamo ai linguaggi e al simbolico che le pratiche dei movimenti producono (o da cui sono prodotte) non possiamo fermarci all’idea che il rifiuto della violenza generi: “la paralisi di un agire tutto conforme alle regole stabilite”. Quali sono le regole stabilite per me, maschio? Quali i meccanismi automatici che riattraggono ogni conflitto sociale verso linguaggi e forme segnati dal simbolico patriarcale? Criticare la violenza è stato, per me, sottrarmi al fascino e alla gratificazione offerti dall’accettazione delle “regole stabilite” per gli uomini e che generano gerarchia costruiscono destini per donne e uomini.

L’inseguimento del rito di penetrare nella zona rossa è, ad esempio, metafora emblematica di una subalternità simbolica a un’idea povera di conflitto e di potere. Negli scontri di piazza del Popolo del novembre 2012 fu una sconfitta non arrivare all’assedio dei palazzi del potere, come proposto da una studentessa nel seminario romano sul libro? O la subalternità era proprio nell’accettare come ineluttabile quella rappresentazione del conflitto? Non fu più radicale, capace di creatività e autonomia il cambio di scenario prodotto dagli studenti nel portare la manifestazione altrove? Il loro slogan “noi liberi per la città, voi chiusi nella zona rossa” sceglieva di non inseguire feticci svuotati e non accettare la rappresentazione simbolica del conflitto data.

La critica alla violenza, come dispositivo che ordina il conflitto nella logica “amico-nemico” che riduce la socialità all’appartenenza, allo schieramento, che rimuove la diversità al proprio interno in nome dello scontro con l’avversario, è stata non una “predica” pacificatrice ma la resistenza a ciò che proprio Muraro chiama essere “risucchiati nell’agonia di forme politiche senz’anima” (p 22). Anche i leaderismi, i cordoni schierati, le rappresentazioni dello scontro, sono “forme senz’anima” da cui liberarci: non solo le finzioni istituzionali.

Riconoscere la dimensione linguistica simbolica e culturale della violenza significa anche resistere alla sua naturalizzazione che sembra emergere a volte nel testo: Non parlo pro o contro la violenza in sé. […]quello che ho in mente è quella regione dell’essere dove la forza diventa violenza senza soluzione di continuità. Non dico che è un bene o un male, questa regione semplicemente esiste, così come esistono le unghie.” (p37)

La rappresentazione della violenza come linguaggio e come contesto naturale ineluttabile torna ad esempio nel testo di Bascetta: [La violenza] Se vogliamo è un linguaggio che, per il solo fatto di essere inteso anche da chi non lo vuole parlare, pur disponendo degli strumenti per farlo, determina profondamente l’instaurazione, la natura e l’intensità del rapporto. Un ambiente, insomma, entro cui è necessario orientarsi  e che non può essere cancellato con un atto di volontà.

Luisa Muraro ricorda che il suo discorso è di Una che non ha accettato, al posto della subordinazione tradizionale, l’offerta della moderna emancipazione femminile: inserirsi alla pari nel mondo degli uomini. (p. 41) Ma proprio nelle letture del testo emerge una tentazione all’omologazione, ad una forma diversa di emancipazionismo: assumere che il luogo e la forma di espressione del conflitto siano dati, nella versione avvizzita dello scontro di piazza, e vedere nella presenza delle donne l’uscita dal vincolo della moderazione. La stessa Federica Giardini vede questo rischio, senza poi evitarlo completamente nel già citato testo “Sensibili guerriere”:

[la felicità nel trovare il testo]“L’arte della guerra per donne” per poi scoprire che ripropone le “interpretazioni aziendalistiche, con tutto il corredo di individualismo, di semiconoscenze psicologiche ad uso della propria carriera e di accenti fuori posto sul “nemico” e sugli obiettivi”.

Qui l’affermazione della forza delle donne è inclusione nel modello competitivo basato su un’antropologia negativa che naturalizza la violenza maschile nello spazio pubblico dell’Homo homini lupus di Hobbes relegando le donne nello spazio privato posto sotto la tutela maschile. Simile è la presenza di donne con caschi e bastoni come gesto di acquisizione di piena “cittadinanza” nel movimento.

Ma la denuncia del contratto sociale è un’altra intuizione ricca del libro che, non sviluppata, lascia lo spazio a letture diverse. Muraro è citata, ad esempio ad esempio da Bascetta per affermare:

I poteri economici globali  agiscono al di fuori da ogni contratto sociale […] mentre il resto dell’umanità viene obbligato ad onorare il contratto stipulato, […] con il capitale finanziario[…] Non si tratta di un impossibile ripristino del patto sociale, ma, al contrario, di rifiutare ogni obbedienza dovuta alla sua rappresentazione. Anche i messi al bando dallo stato sociale, i fuoriusciti dal basso, hanno tutte le ragioni di farsi “banditi” e tentare di raccogliere le forze per riappropriarsi della ricchezza sottratta. Da prede possono sempre farsi predatori. Chiamiamola pure senza timore guerriglia di classe.

Altro è affermare che “le donne sono in posizione per sapere tutta la parte di frode che c’è nel racconto moderno del contratto sociale e nel principio del monopolio statale della violenza”(p 64) nello spazio pubblico che rende invisibile, perché naturale, l’esercizio del dominio maschile nello spazio privato

Allo stesso modo credo che gli uomini siano nella posizione per sapere, se vogliono vederla, la frode che c’è nella naturalizzazione della violenza, nella confusione tra rabbia, conflitto, radicalità e violenza che ha condotto molti movimenti di opposizione al potere (statale, economico, politico) a restare subalterni al potere (simbolico) patriarcale generando appartenenze, interdizioni al differire, forme di subordinazione e dominio.

Qui emerge una domanda più ampia sulla natura e lo statuto della violenza. La violenza, come dice Muraro, non è uno strumento a nostra disposizione ma, piuttosto il contrario: ci agisce.

 “che la violenza sia un mezzo (della politica o della giustizia) che si può usare così o colà, pro o contro il sistema di potere, questa è una presunzione errata e deleteria. La violenza non è a nostra disposizione, piuttosto viceversa. Vedere nella violenza il manifestarsi di una potenza che gli umani non governano, per lo più cieca e distruttiva, che talvolta però, a sprazzi, prende senso e s’impone in chi ha il senso della giustizia, diventando violenza giusta, questa è una veduta più profonda. In ogni caso è sbagliato credere di poter fare quello che si vuole con la violenza, usarla o rinunciarvi, come se usarla sensatamente  fosse a intera disposizione degli umani, come se rinunciarvi fosse una libera opzione e non invece l’effetto di un’imposizione che ci fa rinunciare alla nostra forza.” (pp 46, 47)

La violenza non è dunque rappresentabile semplicemente come un’opzione disponibile. Non so se sia una potenza che gli umani non governano: io conosco le forze terrene. Citando Hannah Arendt Luisa Muraro ricorda che “chiunque abbia avuto occasione di riflettere sulla storia e sulla politica non può non essere consapevole dell’enorme ruolo che la violenza ha sempre svolto nella storia umana.” Potremmo, senza ironia e polemica osservare che anche il potere, il dominio, il culto della personalità,  il patriarcato abbiano avuto un grande peso nella storia e che l’ambizione sia di uscire dalla continuità di quella storia. Senza farla facile, ma mantenendo uno sguardo critico e un’aspirazione a dire, essere e pensare altro.

Rabbia, conflitto, radicalità e violenza non sono sinonimi. (dicembre 2010)

Pubblicato 22/04/2013 di cicconestefano
Categorie: nonviolenza, un'altra politica

Rabbia, conflitto, radicalità e violenza non sono sinonimi.

La grande manifestazione del 14 dicembre è quasi scomparsa, nascosta dal fumo delle macchine bruciate. I media hanno enfatizzato gli scontri rimuovendo la ricchezza delle storie e delle proposte del movimento. La discussione di merito sul futuro dell’Università, sulla precarizzazione del lavoro e il valore sociale della conoscenza è stata posta ai margini. Il governo risponde irresponsabilmente con la provocazione della pericolosa e anticostituzionale intenzione di repressione preventiva.

Chi ha scelto lo scontro ha regalato al Governo lo spunto per tentare di liquidare la mobilitazione e ha fatto arretrare l’opposizione alla controriforma dell’università. La scelta dello scontro violento è politicamente sbagliata e controproducente, senza bisogno di mettersi a caccia di provocatori o “infiltrati”.

Chi ha fatto questa scelta si è sovrapposto a chi manifestava in forme diverse.

Quella dello scontro in piazza è una scelta di potere per imporre la propria egemonia, conquistare visibilità e rappresentanza in un mondo in cui esiste solo chi va in televisione.

Siamo stati nelle mobilitazioni, contro la politica del governo e per la difesa del valore pubblico della conoscenza sulla scorta di una pratica e una memoria che ci impegna a trasformare la rabbia per la sordità del governo in nuove parole, in politica, in un’idea alternativa di cultura, di vita, di società.

Non siamo ne’ perbenisti ne’ timidi, non poniamo un problema di “buona educazione” ma facciamo a tutti/e una domanda sulla qualità della politica che costruiamo insieme. La scelta delle forme di conflitto e dei linguaggi, è infatti fino in fondo una questione politica.

Sono scelte che incidono sulla capacità di allargare la mobilitazione, di coinvolgere altri e altre. Su questo vogliamo agire un conflitto limpido oltre l’ipocrisia di chi agita il feticcio dell’unità del Movimento per impedire ogni alternativa: vogliamo un movimento plurale in cui la critica e il confronto siano liberi senza la retorica del tradimento e dello schieramento.

Sentiamo anche noi l’indignazione per l’arroganza del governo, per lo squallore della compravendita parlamentare.

Ma non vogliamo fermarci a guardare paternalisticamente la “rabbia dei giovani” come fenomeno sociologico, vogliamo metterci in relazione con i ragazzi e le ragazze che erano in piazza, riconoscerli come interlocutori e affermare che la responsabilità di trasformare quella rabbia in politica è anche nelle loro mani. Il governo ha irresponsabilmente risposto alla mobilitazione sociale con la violenza e l’arroganza: la repressione e gli abusi sugli arrestati hanno colpito spesso persone estranee agli scontri.

L’esito del dibattito parlamentare, la fiducia comprata da un leader arrogante senza scrupoli non mostra però l’incrollabile impermeabilità di un potere contro cui scagliare una rabbia impotente ma al contrario la fragilità di un governo che ha perso la sua maggioranza politica e dal futuro precario e incerto.

Applaudire un blindato che brucia mentre Berlusconi umilia il Parlamento ci sembra un esito frustrato e impotente della propria legittima indignazione.

Ora serve intelligenza per far valere le ragioni di un paese migliore. Un movimento che vuole creare spazi liberati, produrre comunicazione non può ridursi intruppato e con i caschi in testa contro un blindato che sbarra una strada che qualcuno ha indicato come zona rossa.

E’ possibile inventare forme di lotta efficaci e coerenti con la cultura e le ragioni di chi vuole opporsi alla logica del potere, del dominio, dell’egoismo. Il movimento contro la legge Gelmini, la FIOM, gli studenti, i precari, i ricercatori hanno espresso questa intelligenza e questa alternativa. Chi ha occupato i tetti, chi ha manifestato su tutti i monumenti, chi era alla manifestazione dei metalmeccanici o ha organizzato le lezioni alternative in piazza non è meno radicale o ha meno rabbia di chi getta bottiglie contro la polizia.

Per noi la radicalità di un movimento si misura sulla sua capacità critica, sulla sua proposta innovativa rispetto all’ ordine delle cose esistenti, sulla sua abilità  di smascherare linguaggi e istituzioni di potere, gerarchie invisibili, forme di dominio diffuse, sulla sua capacità di svelare le forme di complicità con tutto quello che sembra naturale: la gerarchia tra uomini e donne innanzitutto, la logica dell’ appartenenza, il conformismo

La violenza non è solo politicamente inutile, è culturalmente subalterna: non ci emozioniamo per il gesto atletico dell’ eroico lancio della bottiglia contro i blindati, non ci attrae la sfida scudi contro scudi: gli studenti  hanno scelto di “difendersi” dietro titoli dei libri che hanno fatto il meglio della nostra cultura.

Non ci piacciono i corpi militari, i corpi collettivi in cui perdere la propria singolarità e diffidiamo dell’emozione – soprattutto di molti maschi – di sentirsi parte di un “corpo unico” che si scontra col “nemico”.

Rifiutiamo qualunque pratica che chieda alle persone di omologare la propria irriducibile singolarità.

Un movimento del mondo della conoscenza non può non vedere che il conflitto si fa innanzitutto su questo terreno. Vogliamo liberarci da una cultura militarista, dal virilismo, dalla logica dell’intruppamento che rimuove la libertà e la differenza di ognuno e ognuna.

Su questa riflessione proponiamo di costruire nei prossimi giorni occasioni di confronto in varie città d’Italia.

 Promotori: Stefano Ciccone (RM), Andrea Baglioni (RM), Alberto Leiss (RM), Monica Pasquino (RM)

Prime adesioni:Lea Melandri (MI), Silvia Mandillo (RM), Annalisa Marinelli(GE), Bia Sarasini (RM), Marco Rizzoni (RM),  Angela Azzaro (RM), Rita Saraò (FG), Barbara Mapelli (MI), Rossana Calistri (RM), Maria Luisa Gizzio (RM), Flavia Barca (RM), Margherita Fiaccavento (RM), Velia Minicozzi (RM), Domenico Matarozzo (TO), Chiara Luti (RM), Paola Furlan (RM), Gianguido Palumbo (RM),Cristiana Ricci (GE),

Riferimento Stefano Ciccone (Roma)  ciccone@romascienza.it (seguono altre firme)

La grande manifestazione del 14 dicembre a Roma è quasi scomparsa, nascosta dal fumo delle macchine bruciate.

I media hanno enfatizzato gli scontri rimuovendo la ricchezza delle storie e delle proposte del movimento. La discussione di merito sul futuro dell’Università, sulla precarizzazione del lavoro e il valore sociale della conoscenza è stata posta ai margini. Il governo risponde con l’irresponsabilità della provocazione della pericolosa e anticostituzionale intenzione di repressione preventiva.

Ma era prevedibile.

Si può vedere lucidamente che chi scelto lo scontro ha regalato al Governo lo spunto per tentare di liquidare la mobilitazione e ha fatto arretrare l’opposizione alla controriforma dell’università.

La scelta dello scontro violento è politicamente sbagliata e controproducente, senza bisogno di fare ricorso alla categoria dei provocatori, o mettersi a caccia di “infiltrati”.

Chi ha fatto questa scelta si è sovrapposto al resto delle persone che manifestavano in forme diverse. La scelta dello scontro in piazza è innanzitutto una scelta di potere per imporre le proprie forme e la propria egemonia, per conquistare visibilità e rappresentanza in un mondo in cui esiste solo chi sta in televisione.

Molti di noi sono stati nelle mobilitazioni, contro la politica del governo e per la difesa del valore pubblico della conoscenza, sulla scorta di una pratica e una memoria che ci impegna a trasformare la rabbia e l’ indignazione per la sordità del governo in nuove parole, in politica, nella costruzione collettiva di un’idea alternativa di cultura, di  vita, di società

Non siamo ne’ perbenisti ne’ timidi, non poniamo un problema di “buona educazione” ma facciamo a tutti e tutte una domanda sulla qualità della politica che costruiamo insieme.

La scelta delle forme di lotta, dei linguaggi, delle forme di organizzazione e di conflitto è infatti fino in fondo una questione politica. Si tratta di scelte che incidono sulla capacità di allargare la mobilitazione, di coinvolgere altri e altre. Su questo vogliamo agire un conflitto limpido contro l’ipocrisia di chi agita il feticcio dell’unità del Movimento come un anatema per impedire ogni alternativa: vogliamo affermare un’idea di movimento plurale in cui la critica e il confronto siano liberi senza la retorica del tradimento, della fedeltà, dello schieramento.

Sentiamo anche noi l’indignazione per l’arroganza del governo, per lo squallore della compravendita parlamentare. Non vogliamo fermarci a guardare paternalisticamente la “rabbia dei giovani” come fenomeno sociologico, vogliamo metterci in relazione con i ragazzi e le ragazze che erano in piazza, riconoscerli come nostri interlocutori e affermare che la responsabilità di trasformare quella rabbia in politica è anche nelle loro mani.  Il governo in questi mesi ha irresponsabilmente risposto ad ogni mobilitazione sociale con la violenza, e l’arroganza: dagli studenti ai terremotati dell’Aquila ai migranti. Anche in questi giorni la repressione indiscriminata e gli abusi sugli arrestati hanno colpito in larga parte persone estranee alla strategia dello scontro fisico.

L’esito del dibattito parlamentare, la fiducia comprata da un leader arrogante e disperato non mostra però l’incrollabile impermeabilità di un potere contro cui scagliare la propria rabbia impotente ma al contrario la fragilità di un governo che è ormai al declino. Applaudire un blindato che brucia mentre Berlusconi umilia il Parlamento ci sembra un esito frustrato e impotente della propria legittima indignazione.

Ora serve intelligenza per far valere le ragioni di un paese migliore, per esprimere la propria intelligenza e libertà.

Un movimento che vuole creare spazi liberati, produrre comunicazione non può ridursi a sbattere la testa, magari intruppati a testuggine e con i caschi in testa contro un blindato che sbarra una strada che qualcuno ha deciso di indicare come zona rossa.

I metodi di azione non violenta possono esprimere una radicalità assai maggiore. E’ successo:  è possibile inventare forme di lotta efficaci e coerenti con la cultura e le ragioni di chi vuole opporsi alla logica del potere, del dominio, dell’ egoismo. Il movimento contro la legge Gelmini, la FIOM, gli studenti, i precari, i ricercatori hanno espresso questa intelligenza e questa alternativa possibile. Chi ha occupato i tetti, chi ha manifestato su tutti i monumenti, chi era alla manifestazione indetta dai metalmeccanici o ha organizzato le lezioni alternative in piazza non è meno radicale o ha meno rabbia di chi getta bottiglie di birra contro la polizia.

Per noi la radicalità di un movimento si misura sulla sua capacità critica, sulla sua proposta innovativa rispetto all’ ordine delle cose esistenti, sulla sua abilità  di smascherare linguaggi e istituzioni di potere, gerarchie invisibili, forme di dominio diffuse, sulla sua capacità di svelare le forme di complicità con tutto quello che ci sembra naturale, la gerarchia tra uomini e donne innanzitutto, la logica dell’ appartenenza e della fedeltà, il conformismo.

La violenza non è solo politicamente inutile, è culturalmente subalterna: non ci emozioniamo per il gesto atletico dell’ eroico lancio della bottiglia contro i blindati, non ci attrae la sfida scudi contro scudi: gli studenti  hanno scelto di “difendersi” dietro titoli dei libri che hanno fatto il meglio della nostra cultura.

Non ci piacciono i corpi militari, i corpi collettivi in cui perdere la propria singolarità e ci preoccupa la seduzione che esercita – soprattutto su molti maschi – l’emozione di sentirsi parte di un “corpo unico” che si scontra col “nemico”. Rifiutiamo qualunque pratica che chieda alle persone di omologare la propria irriducibile singolarità.

Un movimento del mondo della conoscenza non può non vedere che il conflitto si fa innanzitutto su questo terreno. Vogliamo liberarci da una cultura militarista, dal virilismo, dalla logica dell’intruppamento che rimuove la libertà e la differenza di ognuno e ognuna.

Su questa riflessione proponiamo di costruire occasioni di confronto e riflessione in varie città d’Italia nei prossimi giorni.

Stefano Ciccone

Andrea Baglioni

Alberto Leiss

Lea Melandri

Silvia Mandillo

Bia Sarasini

Marco Rizzoni

Riferimento Stefano Ciccone(roma)  ciccone@romascienza.it (seguono altre firme disponibili per la pubblicazione)

Dopo la giornata del 21 ho mandato questa lettera, forse un po’, irridente a Vecchi e Bascetta:

Il giorno 22 dicembre 2010 17:08, Stefano Ciccone <ciccone@romascienza.it> ha scritto:

Cari Bascetta e Vecchi  (molto vecchi)

Un grande striscione della manifestazione di oggi recava: “voi soli nella zona rossa, noi liberi nella città”, e uno slogan cantato nel corteo recitava “che ce ne frega della zona rossa, roma libera”. Dunque era possibile non farsi inchiodare al risiko militarizzato, c’era un’altra radicalità possibile.

Chi è rimasto abbacinato dalla “disponibilità di massa allo scontro” si ritrova con un movimento  che si prende la libertà di essere “altro”, di rispondere alle provocazioni di Gasparri esprimendo la propria forza e la propria creatività, la ricchezza delle proprie proposte senza intrupparsi, senza accettare la militarizzazione del conflitto e la subalternità a culture machiste.

Avevamo detto che rabbia, conflitto, radicalità e violenza non sono sinonimi.  Chi ha occupato i tetti, chi ha organizzato le lezioni in piazza, chi oggi si è ripreso la libertà di manifestare con intelligenza e allegria  ha dimostrato che è vero. Una bella giornata.

lavori in corso

Pubblicato 22/04/2013 di cicconestefano
Categorie: Senza categoria

sto provando a riaprire questo blog per pubblicare interventi e appuntamenti…

Il rancore degli uomini.

Pubblicato 22/04/2013 di cicconestefano
Categorie: maschileplurale

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Il 6 dicembre del 1989 Marc Lépine si presentò all’École Polytechnique di Montreal e scaricò il fucile automatico contro una classe uccidendo 14 donne tra studentesse e insegnati per poi rivolgere l’arma contro se stesso. Aveva 25 anni.  Non aveva una precisa relazione con nessuna di loro. Il fatto scatenante fu il diverso trattamento che gli aveva precluso l’accesso dal college ma a muoverlo furono un rancore e una frustrazione più grandi e profonde.

Il suo gesto viene rievocato in un sito del variegato movimento del “revanchismo maschile”[1] con un articolo dal significativo titolo: “Marc Lépine, l’assassino di femministe cui viene attribuito un messaggio di pace”.

In conseguenza del suo gesto criminale, Marc Lépine venne dipinto come il simbolo del maschilista pazzo e violento. La cronaca dei giornali racconta che questo episodio venne strumentalizzato per dare libero sfogo alla propaganda femminista e diffondere odio di genere, dipingendo tutti gli uomini come violenti e tutte le donne come vittime. Questo rituale dell’odio con il tempo ha disgustato la gente normale, tanto che il professor Charles Rackoff lo paragona a quelli del Ku Klux Klan: “lo scopo è usare quelle morti per promuovere l’agenda del femminismo estremo”. Inoltre è emersa una verità diversa: il pluriomicida Marc Lépine non odiava le donne in generale. Il suo odio criminale era orientato solo contro le femministe.  Perché Lépine odiava le femministe? A 7 anni la madre di Marc decise di divorziare da un padre dipinto come violento e dal quale il piccolo Marc, in forza di quelle accuse, fu costretto a perdere i contatti come capita a tanti bambini in epoca di femminismo.  A 14 anni Marc odiava così tanto il “padre assente” che scelse di prendere il cognome della madre, considerata una femminista. È possibile che il piccolo Marc abbia subito quella devastante forma di violenza contro i bambini chiamata alienazione genitoriale (PAS) che può sfociare in devianze psicopatiche in età adulta. [...]A 25 anni venne rifiutato dal Politecnico, sebbene avesse ottenuto 100% nell’ultimo esame sostenuto, lamentandosi che al suo posto fossero state prese donne. Poi, la follia omicida. Testimoni riferiscono che, dopo aver fatto uscire una cinquantina di persone senza far loro del male (secondo alcune fonti tutti uomini), chiese alle restanti nove (tutte donne) se capivano il perché e spiegò loro “sto combattendo il femminismo” prima di ucciderle. Nathalie Provost, sopravvissuta, racconta di avergli urlato “non siamo femministe”. La polizia tentò di tenere segreto questo particolare, ma la verità alla fine è venuta a galla, e la lettera nella quale Marc Lepine spiegava le ragioni del suo suicidio è oggi disponibile su internet:  «Notate che oggi mi suicido non per motivi economici ma politici. Perché ho deciso di mandare le femministe, che hanno sempre rovinato la mia vita, al Creatore. [...] Le femministe non stanno lottando per rimuovere le barriere. [...] Cercano sempre di mistificare ogni volta che possono.»

L’allegato conteneva una lista di 19 femministe con il commento “Quasi morte oggi. La mancanza di tempo (ho iniziato troppo tardi) ha permesso a queste femministe radicali di sopravvivere. Il dado è tratto”. Una vignetta sintetizza la situazione in termini tali che non si capisce chi sia il matto criminale: le femministe che dicono pubblicamente di voler sterminare gli uomini, o lui che risponde “ok, signore. Se questa è la vostra idea sembra che io non abbia scelta: azione preventiva. Mi dispiace”.

Oggi tante persone riconoscono che il femminismo è una malvagia ideologia dell’odio e un sito inglese dedicato all’analisi del fenomeno arriva ad attribuire a Marc Lépine il messaggio di pace desiderato da tanti uomini, papà e bambini vittime di calunnie femministe:  «Marc Lepine dice alle donne ed alle femministe DOVETE SMETTERE DI ESSERE MOSTRI. Dice a quelle migliaia di donne e femministe che hanno rubato la casa del partner, la loro macchina, i loro risparmi, dice a quelle che hanno fatto false accuse e rapito i figli agli ex-mariti, i loro lavori, e li hanno portati al suicidio: SMETTETE DI ESSERE MOSTRI». Le immagini che attribuiscono a Marc Lépine la missione di fermare la violenza femminista potranno avere l’effetto di un pugno nello stomaco, ma fanno riflettere.

In nota i redattori del sito aggiungono:

Considerando la pretestuosa tendenza ad equivocare, più volte riscontrata tra soggetti caldeggianti l’ideologia femminista, si precisa che questo post non intende in alcun modo riabilitare il responsabile materiale di un pluriomicidio il quale, oltretutto, è morto in seguito a suicidio; si ritiene che individuare le vere ragioni che possono aver condotto Marc Lépine a compiere una strage di esseri umani, possa rappresentare un obiettivo volto a eliminare le cause che potrebbero (in altri luoghi e in altri tempi) condurre soggetti diversi a compiere simili crimini.

In realtà questa narrazione sembrerebbe indicare quale vicolo cieco distruttivo e autodistruttivo sia il rancore frustrato e l’attribuzione paranoica di tutti i mali degli uomini al femminismo, ma non credo fosse questo l’intendimento dei redattori di comunicazionedigenere.it.

Nel piano di lavoro per questo libro avrei dovuto sviluppare una riflessione su un tema del tutto diverso. Ma, mentre continuavo a rinviare per i troppi impegni la scrittura, mi scoprivo sempre più spesso a imbattermi in un non detto: un nodo attorno al quale permane un silenzio imbarazzato di donne e uomini.

Mi riferisco a una tensione che percepisco in luoghi inaspettati alimentata da un rancore maschile verso le donne. È una tensione che emerge da una zona d’ombra che non riusciamo a frequentare e riconoscere, che mescola smarrimento per la mancanza di riferimenti, estraneità ai modelli tradizionali di mascolinità e ricerca di autoassoluzione. Ma anche risentimento verso donne che non corrispondono alle proprie aspettative o che, paradossalmente, esprimono aspettative a cui non si può o non si vuole più, corrispondere. È un rancore figlio del cambiamento ma, allo stesso tempo, posto alle radici profonde della costruzione del potere maschile. Un sentimento, dunque, molto ambiguo: frutto del mutamento e al tempo stesso indice di “invarianze” che si ripropongono in forme nuove: espressione di una resistenza maschile alle trasformazioni in atto nelle relazioni tra i sessi, ma anche sintomo di un desiderio confuso di libertà, di affrancamento da ruoli e rappresentazioni stereotipate il quale, non trovando parole per esprimersi, si rivolge a narrazioni misogine e frustrate.

La lettura del gesto di Marc Lépine fatta dal sito “comunicazione di genere” offre un concentrato delle ambiguità e delle operazioni di vero e proprio ribaltamento su cui si costruisce la narrazione vittimistica alla base del revanscismo maschile.

Non partirò da questo gesto estremo e dalla lettura paradossale che ne propongono i “difensori dei diritti degli uomini” ma da un luogo inaspettato, quasi opposto: il rancore che incontro nei processi maschili di cambiamento. Anche in quella fragile e frammentata esperienza del movimento maschile di critica ai ruoli stereotipati imposti a donne e uomini che si va sviluppando, con grande ritardo nel nostro paese.

Nelle email inviate a “Maschile Plurale[2]” trovo, ad esempio, l’affermazione: “l’avvio di un percorso di riflessione sul maschile mi ha portato ad avere più dinamiche conflittuali con le mie colleghe universitarie e con le donne con cui ho un confronto politico”. Che radici ha questo conflitto e che forme tende ad assumere? C’è un nesso tra la ricerca di relazioni più libere e la crescita di una sotterranea insofferenza verso una postura femminile che non riconosce il cambiamento e che si rifugia in una rappresentazione dei sessi, e del conflitto tra questi, stereotipata e ripetitiva? In ogni conversazione da salotto riemerge la lamentazione femminile per vizi maschili quali l’incapacità di introspezione, la sciatteria o la fissazione per una sessualità scissa dalle relazioni, a cui corrisponde la battuta misogina da bar per l’attitudine femminile al pettegolezzo, alla gelosia, agli eccessi. Due rappresentazioni che trovano una corrispondenza in altrettanto stereotipate virtù maschili e femminili: rispettivamente determinazione, intraprendenza, o attenzione alle relazioni e attitudine alla cura. Contestare vizi o rivendicare virtù associate a ruoli stereotipati di genere prevede sempre un ambiguo rapporto con quei ruoli: da un lato ne denuncia le espressioni negative e dall’altro vi fa ricorso per valorizzare il proprio ruolo sociale. Il ricorso all’autovalorizzazione fondata in parte sull’assunzione di rappresentazioni stereotipate delle “virtù” femminili ha spesso tentato il discorso politico delle donne per affermare il ruolo e il valore delle donne nella società. Una tentazione rilevata e sottoposta a critica dal femminismo che ha, al contrario, perseguito non la valorizzazione de “la Donna” né tantomeno delle attitudini attribuitele tradizionalmente, ma la libertà delle donne, sfuggendo all’assunzione di rappresentazioni stereotipate dei generi e versioni essenzialiste della differenza sessuale.[3]

È frequente incontrare tra gli uomini un senso di insofferenza rispetto a un discorso pubblico che rimanda un’immagine caricaturale del maschile e l’attribuzione di questa al femminismo. In realtà questa reazione contiene dentro di sé due elementi: l’impossibilità di riproporre l’affermazione di una tradizionale immagine maschile a tutto tondo, e al contempo l’assenza di riferimenti per un’affermazione “positiva” della propria differenza in uno scenario di centralità patriarcale ormai irrimediabilmente incrinato. Per gli uomini, inoltre, la valorizzazione delle virtù tradizionali maschili è subito evidentemente associata ad un ruolo di dominio e ad una costruzione gerarchica delle rappresentazioni di genere.

In assenza di uno spostamento soggettivo degli uomini e di una figura socialmente visibile di maschile conflittuale con il modello mainstream si ha la sovrapposizione tra critica al sistema di dominio patriarcale e critica all’esperienza individuale di ogni uomo. Così l’insofferenza per l’attribuzione di responsabilità che non si sentono proprie può confondersi tra la strategia auto assolutoria, la sanzione di una rottura o l’assunzione della difesa di quel sistema per “stare dalla propria parte”.

Ciò è molto evidente in alcune reazioni alla denuncia della violenza maschile contro le donne come fenomeno sociale. Leggendo, ad esempio, i commenti all’articolo di Lea Melandri sull’uccisione di Stefania Noce[4] si trovano argomentazioni in cui  la “difesa” maschile porta ad anteporre la gravità dell’uccisione da parte di una donna filippina del proprio figlio appena nato, a citare non meglio definite statistiche sulla violenza femminile. Che senso ha contrapporre una madre che ha ucciso il figlio a un uomo che uccide la compagna, quasi fosse una gara a quale sia il sesso più cattivo? E perché reagire alla denuncia della violenza maschile contro le donne come ad una denigrazione degli uomini? Pare che le alternative siano due: o rimuovere il fenomeno e considerare ogni gesto semplice frutto di pazzia individuale, oppure avallare la generica condanna del sesso maschile come naturalmente violento. Se fosse così non ci sarebbe scelta. Ma possiamo riconoscere che la violenza maschile è un fenomeno sociale diffuso senza cercare risposte farneticanti come la tendenza delle madri a uccidere i figli maschi e invece vedere quanto le forme tradizionali di relazione tra donne e uomini, i modelli di comportamento, i ruoli stereotipati, l’immaginario, le aspettative reciproche, i modelli di sessualità siano all’origine di quella violenza? In questo caso la violenza maschile contro le donne si conferma come un fenomeno diffuso, che ci chiama in causa ma non ci condanna come “naturalmente” violenti: ci dice che cambiare quella cultura può sradicare la violenza ma anche liberare noi uomini da un destino e un ruolo segnati.

Stefania Noce, nel suo intervento parla proprio della libertà sua e mia: dice di non voler essere controllata o posseduta da nessuno e mi propone qualcosa di più ricco del possesso. Perchè difendere la violenza cieca e frustrata del ragazzo che l’ha uccisa invece di volersi conquistare un po’ di libertà? Lea Melandri osserva esplicitamente che in quell’intervento non c’è nessun vittimismo femminile, nessuna “campagna antimaschio”. E allora perche difendere “l’onore” degli uomini invece di guardare alla loro libertà possibile?

 

Questa impasse deriva da uno sguardo sul conflitto aperto dal femminismo che lo riporta all’eterno gioco delle parti tra i sessi, confondendolo con la reiterazione di una lamentazione femminile per i difetti degli uomini che in realtà confermerebbe l’immutabile natura dei due sessi incompatibili e complementari al tempo stesso.

Ma il femminismo è tutt’altro che la disapprovazione femminile un po’ di maniera, affettuosamente canzonatoria e rassegnata o petulante dei tradizionali vizi maschili che vediamo proporre nell’umorismo dei settimanali enigmistici.

Tantomeno è giustificata la sovrapposizione tra femminismo e un processo lineare di “civilizzazione” dei costumi maschili imposto dalla “modernità” e dalla società dei consumi che priverebbe gli uomini della corrispondenza all’autenticità della loro “natura”. La modernità, il mito dell’autocontrollo, del disciplinamento degli istinti e del dominio della razionalità su presunte pulsioni emotive è, inoltre, tutta interna alla costruzione maschile dei modelli di virilità.

Ma la virilità ha due facce tra loro complementari. Il richiamo sociale agli uomini a mostrare la propria vitalità e la propria soggettività attraverso la trasgressione e l’insofferenza alle regole, contrapposto al richiamo alle donne a mantenere un comportamento composto e timorato, genera un ulteriore livello di confusione o, se si vuole, un altro alibi per sfuggire alla responsabilità e alla fatica del cambiamento. L’insofferenza per la critica ai modelli normativi di virilità può così essere contrabbandata, forse anche inconsapevolmente, con una trasgressiva indisponibilità ad osservare  il rispetto delle norme imposte dalle buone maniere[5] e dal politicamente corretto.

C’è dunque un conflitto, distruttivo e al tempo stesso solo apparente, tra i sessi che ne ipostatizza le attitudini e ne postula contemporaneamente la complementarietà giustificando le reazioni violente maschili al cambiamento. Ma c’è anche un altro possibile conflitto possibile, creativo, basato sul riconoscimento dell’irriducibilità dell’esperienza maschile e femminile ma al tempo stesso che trova nella dinamicità di questa relazione lo spazio per affermare ogni singolarità. La lettura del conflitto come dinamica esclusivamente distruttiva e tesa alla negazione reciproca ci porta in un vicolo cieco.

Qui nascono le prime domande: in questa insofferenza maschile c’è anche una rottura, una spinta al cambiamento o solo fuga dalla propria responsabilità e dalla fatica di un’interlocuzione nuova con le donne?  Il modello di virilità tradizionale appare evidentemente un feticcio non più riproponibile a tutto tondo ma al tempo stesso resta un riferimento da cui appare pericoloso allontanarsi troppo pena la messa in discussione della propria identità sessuale.

Come fare i conti con quella rappresentazione percepita come ingiustamente liquidatoria della propria complessità e della propria individualità? E poi: come rappresentare una specificità maschile, un’attitudine che non si confonda col ruolo di dominio detenuto storicamente?

Il percorso maschile di rottura con i ruoli stereotipati di genere deve cercare una valorizzazione dell’identità maschile? E questa può trovarsi in una rappresentazione che, ambiguamente, torni allo stereotipo? Tornare alla nostra storia per cercare un’identità originaria, senza vedere che quella storia è al tempo stesso frutto delle nostre paure e luogo in cui abbiamo costruito la nostra estraneità a noi stessi può essere ambiguo e pericoloso. Si può così inseguire una figura positiva di guerriero come simbolo dell’attitudine protettiva maschile contro il culto distruttivo della guerra che segna la storia del maschile (come emerse, ricordo, in un incontro pubblico a Roma promosso da maschile plurale sulla guerra[6] nel 2001) o vagheggiare percorsi di iniziazione tra uomini come antidoto al senso di smarrimento che ci attraversa.

Il confronto con questa continua e controversa tentazione mi pone di fronte al fantasma di Robert Bly. Unico uomo invitato al National Women Council e poi divenuto riferimento del movimento maschile mitopoietico e autore di John Iron[7] che ha ispirato la denominazione del movimento dei “Maschi selvatici”[8]. L’esito del percorso di Bly, anche fuori dalle letture banalizzate revansciste e misogine che ne fanno molte associazioni esplicitamente reazionarie o comunque ostili al femminismo e alle normative orientate ad un riequilibrio di poteri e di diritti tra donne e uomini, mostra tutti i rischi di un approccio di affermazione di una differenza maschile basata sulla ricerca di “virtù” nella tradizione o in un’essenza originaria basata sulla fissità dei “ruoli” o delle “funzioni” dei sessi.

Si tratta di un posizionamento maschile che assume il terreno della differenza più che delle pari opportunità e va alla ricerca di un fondamento della “differenza maschile” su cui costruire un’affermazione positiva, la ricerca di una “grandezza maschile” solitamente  contrapposta al femminile. Le rivendicazioni di pari diritti, poteri e opportunità per donne e uomini vengono, in genere, liquidati come il portato di una volontà di appiattimento delle differenze, di aggressione alla radice etica maschile che resiste alla società dei consumi e alla modernità.

Quello che stona è il senso sottilmente frustrato, competitivo o vittimista e in cerca di rivincita rispetto ad una presunta denigrazione del maschile che rende queste prospettive per me poco interessanti e credibili.

L’insofferenza verso le “pari opportunità” coinvolge anche ogni forma di riequilibrio di poteri e si coniuga con un’altra esperienza più sottile di rancore, meno visibile e meno confessata: quella dell’uomo che vede “l’ingiustizia” della promozione sociale di donne non meritevoli di quei ruoli.

Proprio  la rottura con la “naturalità” dello scenario di una priorità maschile nell’impegno politico pubblico o genera una lettura critica di quello scenario o induce una rappresentazione di quella rottura come coercitiva e ingiustificata: pur essendoci più uomini che si impegnano, che si esprimono pubblicamente – corrispondendo in realtà a quel modello e a quell’aspettativa su cui si costruisce la politica e forse anche l’impresa -l’imposizione di quote fa spazio a donne poco attive. La stessa selezione delle donne, in strutture gerarchiche e poco partecipative, non corrisponde al riconoscimento della loro autonomia e originalità ma all’appartenenza o peggio all’apprezzamento del leader. Ciò che nel caso maschile è dissimulato dall’esistenza di modelli e linguaggi consolidati qui diviene “scandalo”. La carriera fatta da uomini gregari, conformisti, opportunisti non sorprende: è parte dei giochi di potere su cui si costruiscono “naturalmente” strategie, successi e gerarchie.

Alfredo Capone riconosce la “demoralizzazione” maschile: una depressione derivante dalle trasformazioni tecnologiche e sociali e acuita in parte da quella che definisce “una prassi antimaschilista di tipo biopolitico” del femminismo che generò eccessi di una minoranza «che tuttavia spingevano l’estensione del dominio della lotta verso ogni sorta di rappresaglia pubblica e privata». Femminismo e modernità tecnologica della società capitalistica possono apparire alleati nella crisi  maschile. Eppure la politica delle donne è tra le culture critiche di questa modernità, della neutralità del progresso tecnologico e della razionalità capitalistica. Come mai questo cortocircuito? Forse per l’ambiguo rapporto che c’è tra identità maschile, tradizione, modernità e razionalità tecnologica. La modernità è, infatti, al tempo stesso una forza che ha rotto la fissità dei ruoli sessuali nelle nostre società ma che, al tempo stesso, si è fondata su una razionalità che confermava la centralità del maschile come modello di soggettività basata sul controllo razionale della realtà e sulla capacità di autocontrollo.

Capone narra di un’esperienza di socialità maschile altra rispetto allo scenario europeo conosciuta come occasione per scoprire «con sorpresa che la percezione che avevo di me era cambiata e che il mio corpo di maschio apparteneva a una differenza legittima, insomma era una cosa buona»[9]. Capone si limita a rappresentare questa angoscia e questa percezione della possibile vitalità di una diversa socialità maschile capace di significare in modo creativo la differenza maschile vedendo bene come  le soluzioni identitarie e regressive finiscano in un vicolo cieco quando non nel ridicolo.  Al contrario di quanti si rifugiano in facili narrazioni e rappresentazioni auto consolatorie o compensative, Capone fa di questo una consapevolezza da cui partire per analizzare le aporie e i vicoli ciechi dei percorsi di costruzione dell’identità maschile oggi disponibili nel nostro scenario.

Nel manifesto di Uomini 3000[10] si ritrova questo tentativo di affermare il valore del maschile e di difendere dall’invasione femminile i luoghi di cui l’identità maschile avrebbe bisogno per affermarsi:

Riaffermare le differenze naturali: contro la Grande Bugia

Il femminismo nega che esistano differenze naturali tra i Due, nega che esistano istinti e inclinazioni, aspirazioni, attitudini e talenti diversi per natura. Questa negazione – la Grande Bugia – ha lo scopo di rendere indifendibili le ragioni degli uomini: è stata inventata a quel fine. E’ una fandonia che pervade l’intera cultura e che sta a fondamento delle politiche antimaschili. La verità deve venire ripristinata: esistono differenze naturali incoercibili che si riverberano in ogni ambito della vita pubblica e privata, che riguardano il modo di sentire, di pensare, di soffrire, di agire. I Generi sono due, sono profondamente diversi perché così ha voluto la natura. […]

Riconoscere il valore degli uomini

Con frequenza sempre maggiore si annuncia che gli uomini sono diventati inutili perché le donne si mantengono e si riproducono da sole. Questo grido ha lo scopo di svuotare alla radice l’autostima maschile, di insinuare nelle nuove generazioni il sentimento di inutilità della vita, di ridicolizzare la loro proiezione verso le donne e di precipitarli in un angoscioso smarrimento. Deve dunque essere stabilito che il mondo non può esistere senza gli uomini e che il loro valore non si misura sull’utilità che le donne ne traggono. Va invece proclamata la dignità dei sentimenti degli uomini, la grandezza del loro generoso donare, la purezza delle loro passioni, il fascino del loro silenzio e della loro frugalità, lo stupore della loro energia, l’eminenza delle loro creazioni, l’eccellenza del loro genio. Va finalmente proclamata la bellezza di essere uomini.

Riconsacrare il maschile.

Denunciati come covi di misoginia tutti gli spazi maschili sono stati invasi dalle donne e ne viene impedita la rinascita. Insieme allo smantellamento del sistema simbolico, avviatosi con la diffamazione del Fallo, quell’azione ha distrutto ogni sacralità del maschile. Deve perciò essere ricostituito l’ambito sacro della maschilità come nucleo inavvicinabile, intangibile ed escluso a priori alle donne tanto sul piano morale, psicologico e simbolico quanto nei luoghi, nei riti e nei gesti che lo materializzano.

Le espressioni del  vittimismo maschile per una presunta persecuzione e denigrazione sociale degli uomini sono una postura molto diffusa in rete e spesso molto molesta.

Le espressioni che si trovano in rete sono forse le meno interessanti perché stereotipate e parossistiche ma esplicitano però bene alcuni luoghi comuni di questa posizione: “c’è un’ostilità preconcetta verso gli uomini, il femminismo è un’ideologia oppressiva tesa alla distruzione sociale e psicologica degli uomini, non c’è uno specifico di violenza maschile o di uso prostituito dei corpi femminili, esiste un egoismo femminile che strumentalizza gli uomini e utilizza opportunisticamente la seduzione per costruire potere”.

Non si tratta solo dell’espressione di legittime posizioni politico-culturali più o meno condivisibili: i gruppi “antifemministi” in rete mettono in campo strategie aggressive molto invasive e scorrette: dal clonare siti di donne al titolare i propri siti con falsi riferimenti al contrasto alla violenza contro le donne per veicolare poi contenuti misogini, fino agli attacchi informatici verso blog, siti o anche pagine facebook di singole attiviste. Viene definito cyberstalking,[11] ha una dimensione internazionale e spesso si avvale di strumenti e infrastrutture tecnologiche che permettono di creare siti e identità digitali “fantasma”.

Sui siti delle associazioni di donne o dei centri antiviolenza, sui blog femministi o sui social network si sviluppa  così una sorta di “guerriglia” giungendo a clonare pagine, generare indirizzi con denominazioni ingannevoli o invadere la comunicazione su spazi di confronto non graditi con insulti e minacce[12].

Al di là  delle strategie di boicottaggio informatico se visitiamo i siti che esprimono in modo esplicito il rancore e il vittimismo maschile, possiamo verificare che l’obiettivo polemico di queste posizioni è rappresentato dalla comunicazione pubblica sulle relazioni tra i generi ed in particolare sulla violenza maschile contro le donne e le politiche di pari opportunità.

Il Sito Uomini 3000[13] si propone “dalla parte degli uomini” e spiega:

Nel conflitto tra i sessi, in corso da decenni, gli uomini sono stati spettatori silenziosi e passivi. In questo silenzio è maturata la corrosione quasi completa di ogni valore che possa dirsi maschile, di ogni autorità morale degli uomini, del loro prestigio e del potere di determinare la propria vita. Questo processo li ha poi privati del diritto di raccontare la loro verità, bollata a priori come falsa, irrilevante e ridicola.

In queste posizioni emerge, senza alcuna ironia, una sorta di rappresentazione paranoica di un sistema di persecuzione degli uomini e un vittimismo maschile rilanciato sistematicamente in contrapposizione a quelle che vengono percepite come rappresentazioni pretestuose, distorte e frutto di ostilità preconcetta verso il maschile. La negazione di un carattere sessuato della violenza di genere e il tentativo di rimuovere il nesso tra relazioni di potere, ruoli di genere e violenza porta ad ardite ricerche sulla violenza nelle coppie lesbiche, sulla prostituzione maschile (per il mercato femminile), sulla violenza femminile, fino al ricorso alle statistiche sulla maggior percentuale di morti maschili sul lavoro o nei conflitti armati.

Cosa vuole uomini 3000?

Porre fine al pestaggio morale antimaschile

Da decenni il genere maschile è sottoposto ad una campagna permanente di colpevolizzazione, denigrazione e dileggio. Sulla base di una storia e di una cronaca ricostruite a quel fine gli uomini nascono già colpevoli e debitori. Sono perciò chiamati a saldare questa colpa di Genere in tutti gli aspetti della vita e in tutte le forme. Alla colpa inventata si aggiungono la denigrazione, la derisione e la squalifica del loro modo di vivere, di sentire, di pensare e di agire. Dei loro sentimenti e delle loro passioni, delle loro creazioni e della loro sessualità. Dei loro successi e dei loro fallimenti, indifferentemente. A quella criminalizzazione e a questo dileggio deve essere posto termine sin d’ora e da subito va proclamato che anche gli uomini nascono innocenti. […]

La denuncia della “colpevolizzazione” degli uomini si associa al contrasto per il conformismo del politicamente corretto e permette di mescolare posizioni esplicitamente reazionarie con una postura “trasgressiva” e rivoluzionaria contrapposta a quella che viene indicata come l’ipocrisia del politicamente corretto e delle “buone maniere”. In realtà, come ho già detto, nella trasgressione maschile non c’è molto di nuovo: dai ragazzini che fanno schifezze a tavola la trasgressione è parte dei percorsi di costruzione normativa dell’identità maschile.

Colpisce che quello che viene riproposto non è la presunzione di una superiorità (anche per questi uomini evidentemente improponibile in modo lineare) ma piuttosto una posizione vittimistica che, in realtà, permette di denunciare l’opportunismo femminile contrapposto a una superiore etica maschile. Esplicitamente riferibile a questo approccio e al riconoscimento della crisi del dominio maschile è il sito degli “Uomini beta”[14]:

Il Movimento degli Uomini Beta affonda le sue radici nei valori dell’eguaglianza, della libertà, della democrazia e del superamento di ogni forma di oppressione e discriminazione di genere, di classe, di razza e di religione;

Il Movimento degli Uomini Beta ritiene che, nell’attuale contesto sociale, culturale e storico del mondo occidentale, gli uomini non appartenenti alle elite dominanti, sia maschili che femminili, siano il gruppo sociale e di genere che vive una condizione di oppressione e subordinazione sia nei confronti delle suddette elite che della grande maggioranza della popolazione femminile;

Lo schema, reiterato ossessivamente, è basato su un ribaltamento di ruoli: violenza delle donne, sessismo di chi denuncia la violenza di genere perché non contrasterebbe tutte le forme di violenza, intento di alimentare odio di chi denuncia comportamenti e ruoli oppressivi.

Un nodo è dunque il ruolo del femminismo, il suo impatto nelle vite degli uomini, l’ interpretazione delle sue ragioni, la sua relazione con la modernità e con i processi di secolarizzazione delle nostre società.

Andando nelle scuole non è raro trovarsi di fronte a ragazze che affermano “io non sono femminista perché non odio gli uomini e non voglio dominarli”.

Elisabeth Badinter[15] chiama in causa un “errore” di una parte del femminismo, frutto di un “dualismo antagonistico ed essenzialista”. A questa lettura si sovrapposizione il dubbio, veicolato anche da molte donne, di un femminismo che avrebbe “esagerato”.

In realtà pur non condividendo del tutto le conclusioni di Badinter va detto che essa non si riferisce genericamente ad un eccesso  di conflittualità del femminismo quanto piuttosto ad un limite che lei considera di manicheismo e di essenzialismo che avrebbe caratterizzato una parte del femminismo:

Il dualismo antagonistico secerne una nuova gerarchia dei sessi, proprio nel momento stesso in cui si crede di esserne liberati. Alla gerarchia di potere che si cerca di abbattere si contrappone una gerarchia morale. Il sesso dominante viene identificato con il male, il sesso oppresso con il bene. Tale sostituzione viene rafforzata dal nuovo statuto accordato alla vittima, e in primo luogo alla vittima infantile.[16]

L’errore, quindi, non sarebbe in troppa radicalità ma in quello che Badinter chiama “nazionalismo femminile” che rimanda a una “natura” maschile e femminile per valorizzare le attitudini femminili in politica e ipotizzare una propensione ferina del maschile.

Proprio il rischio di una generica colpevolizzazione degli “eccessi” del femminismo, che rientra in una più generale offensiva culturale normalizzatrice contro movimenti sociali e culture critiche, porta molte donne a esprimere una “resistenza” a questa riflessione percepita come fonte di ambiguità. Esiste, infatti, certamente, una rinegoziazione nelle relazioni personali tra donne e uomini di questi terreni conflittuali ma, restando in una dinamica individuale, prende, a volte, la forma ambigua di un distanziamento individuale dal percorso collettivo di trasformazione rappresentato dal femminismo, nella categoria dell’”attenuazione”, della sospensione temporanea o locale delle “ostilità”, anziché produrre una rimodulazione di questo conflitto con una mossa creativa di spostamento.

Ma il femminismo, la liberazione femminile, la critica alle forme di sessualità, alla costruzione stereotipata dei ruoli sessuali e delle rappresentazioni sociali di attitudini e destini maschili e femminili propone agli uomini solo accettazione depressa?  È possibile pensare un percorso e una riflessione maschile capace di interpretare questo cambiamento e misurarsi con questa nuova interlocuzione senza rimuoverne la contraddittorietà e senza cadere nella reazione revanscista?

Senza nessuna subalternità o piaggeria credo di aver incontrato nei femminismi uno sguardo libero, che rifiuta anche l’accomodamento identitario femminile sullo stereotipo e non si limita ad una compensazione di poteri e opportunità in uno scenario dato ma propone, per donne e uomini, un diverso terreno di liberazione.

La mia è probabilmente la generazione di uomini (una generazione che poco ha inciso nella politica, le istituzioni, la cultura) che più ha avuto modo di cogliere questa opportunità: più lontani da modelli identitari tradizionali che ancora informavano uomini di generazioni precedenti che si sono misurati con l’asprezza del conflitto agito dal femminismo nella società ma anche nelle relazioni individuali, abbastanza vicini a quella stagione di sviluppo di culture critiche che mettevano in discussione la razionalità che aveva governato il mondo nella politica, la scienza, la costruzione dei rapporti tra i sessi. Abbiamo percepito con nettezza e senza necessità di forzature ideologiche che quella ricerca che poneva al centro il nodo della sessualità, della percezione del corpo, del desiderio, ci riguardava. E non come dimensione esclusivamente teorica ma personale e politica.

Il femminismo (per noi prima di altre culture e pratiche politiche) apriva per gli uomini uno spazio di espressione anziché di interdizione.

Eppure, oltre le associazioni esplicitamente antifemministe o legate al revanscismo maschile esiste un’espressione sociale di rancore maschile molto più forte, più visibile e socialmente diffusa: è quella che nasce attorno alle vicende di separazione. I padri separati, gli uomini che contestano l’affidamento dei figli alle madri e l’imposizione del mantenimento economico agli uomini sono certamente l’espressione più larga, visibile e politicamente efficace del diffuso disagio maschile[17].

Il carattere strumentale che molte associazioni fanno del problema è molto evidente. Si può prendere ad esempio un comunicato della GESEF che, andando ben oltre le rivendicazioni relative all’affidamento familiare, propone una lettura ideologica dei rapporti tra i sessi molto più ampia:

Fermiamo la Violenza Femminista. Stop alla Propaganda Terroristica di Dati Falsi e Mistificati

[…]Tale propaganda mira a radicare nell’immaginario collettivo l’idea di un ambiente domestico scenario di delitti e terribili violenze, dove vittima è sempre e solo la donna mentre il carnefice è esclusivamente di sesso maschile.  […]Cosicché l’attenzione sessuale  diventa molestia, l’esercizio del dovere coniugale dal parte del partner  diventa stupro, un banale litigio diventa violenza fisica,  una critica al vestito o alla pettinatura é considerata violenza psicologica, un blando rifiuto diventa limitazione della libertà personale, la necessità di chiarire situazioni ambigue diventa violazione della privacy, la richiesta di una equa distribuzione delle risorse familiari diventa ricatto economico. […]Al tempo stesso si tace della violenza femminile e materna: le cronache ci forniscono amari resoconti di  omicidio, uxoricidio ed infanticidio, oltreché della  partecipazione ad episodi di abuso sessuale che attestano il medesimo potenziale di brutalità.  Anche se allo stesso reato si conferisce raramente un carattere penale quando a commetterlo sono delle donne: ciò mette in pericolo l’immagine che hanno di se stesse, e  si tende a giustificarle –  talora a legittimarle – con argomenti che rasentano il grottesco. Le sottaciute inchieste europee informano che il 10% delle violenze domestiche sono rappresentate da mogli che picchiano i mariti. […] In Italia l’unica indagine esistente è stata effettuata dalla scrivente GESEF su un campione di genitori che si sono rivolti alle sue strutture per aiuto e supporto. Attesta  che nell’ambito del conflitto separativo un marito su tre è fatto oggetto di denunce per abuso sessuale sui figli o sulla partner, finalizzate ad allontanarlo definitivamente dai figli. Denunce che risultano sistematicamente false, ma la cui prassi giudiziaria provoca conseguenze devastanti sia sul piano psicologico che economico degli accusati. Rileva altresì che oltre il 50% dei mariti ha subito violenze fisiche di varia natura ed entità.

[…]In tutto il mondo infanticidio e  figlicidio restano primato assoluto delle donne. […] Infatti la frangia separatista del femminismo nostrano che ha organizzato l’evento, impossessandosi della tematica “violenza alle donne” l’ha trasformata in violenza maschile alle donne, tappezzando le strade di Roma con manifesti diffamatori contro gli uomini.

Gli slogans esibiti ed urlati durante il corteo sono stati una fiorescenza della colorata cialtroneria vetero femminista anni ’70, come qualcuno ha poi scritto. Cui si è aggiunta una vera e propria offensiva misandrica di regime per imporre l’idea che qualunque uomo che si muove tra le pareti domestiche è un potenziale assassino. Viene chiamata in causa non la violenza esercitata da singoli delinquenti, ma quella collettiva che pervaderebbe culturalmente l’intera popolazione maschile. Una manifestazione, dunque, contro gli uomini e contro la famiglia. […] La violenza più subdola  sta nella loro campagna di discriminazione e criminalizzazione aprioristica. Mirata a far digerire normative e prassi giudiziarie limitanti la libertà individuale, che decretano il definitivo ritorno alla presunzione di colpevolezza ed al processo inquisitorio. Il cui scopo è quello di porre ciascun uomo – anche delle future generazioni – in una condizione di sudditanza psicologica, emotiva e morale di fronte al potere indiscutibile della percezioni femminile, in base alla quale viene definita la liceità o meno di qualunque comportamento maschile. Condizione che –stante l’assenza di contraddittorio e possibilità di difesa – induce alla disperazione i soggetti più deboli e ne  fomenta risposte incontrollate  e brutali.

La recente approvazione di uno stanziamento di € 20.000.000 (soldi dei contribuenti perlopiù uomini) per contrastare la violenza sulle donne è parte integrante del progetto. Il fondo è destinato a finanziare  i gruppi femministi  (centri antiviolenza, comitati pari opportunità, ecc) da cui è partito il parossistico allarme sociale appositamente ingegnato e la conseguente manifestazione nazionale del 24 novembre scorso. […] L’arma della colpevolizzazione, umiliazione e vilipendio dell’intero genere maschile non […] pone alcun rimedio [alla violenza]: è finalizzata invece ad alimentare l’odio sociale, la guerra tra i sessi, l’insicurezza delle donne da poter così convogliare sotto la “tutela” di avvocate e psicologhe dei centri antiviolenza, l’annichilimento degli uomini da “rieducare”, l’isolamento affettivo degli individui.[18]

 

Ma a piegare le esperienze personali di sofferenza ad una lettura ideologica spesso misogina finalizzata a una proposta politico-culturale espressamente conservatrice, non ci sono solo le associazioni. È a questo proposito significativa l’argomentazione di Claudio Risé che prende posizione contro il divorzio, rappresentandolo come strumento teso al tempo stesso a disgregare il sistema familiare tradizionale e a colpire indiscriminatamente gli uomini.

 

La minaccia più grande, non tanto per la vita dei padri, ma per la stessa sopravvivenza della famiglia, nell’Occidente contemporaneo è infatti il funzionamento marcatamente antipaterno, di quella che noi chiameremo la FABBRICA DEI DIVORZI. Un organismo multiforme, dotato di enorme potere e influenza, che impiega e muove una buona fetta del reddito nazionale per disperdere le famiglie esistenti. [negli USA] nel 2000, nell’80% dei giudizi, le madri hanno ottenuto la custodia esclusiva, privando i padri del loro diritto costituzionale di prendersi cura, custodire e nutrire i loro bambini. Eppure, secondo le procedure del no fault divorce, divorzio incolpevole, accordato automaticamente dopo pochi mesi di separazione tra i genitori, non erano stati accusati di aver fatto nulla di male. Semplicemente, le loro mogli non li volevano più. […][19]

 

Si tratta solo di un esempio di una posizione teorica molto articolata che fa da riferimento al revanscismo maschile nel nostro paese sulla base di riferimenti alla cultura psicanalitica e che, negli ultimi anni, ha assunto una svolta più esplicitamente reazionaria e legata al conservatorismo cattolico. Questa lettura ideologica e strumentale aiuta molto poco le ragioni degli uomini che vivono la sofferenza derivante da una separazione.

Ma il rifiuto degli esiti esplicitamente conservatori e “maschilisti” delle varie associazioni di uomini separati o per i diritti dei padri non deve far dimenticare il senso di ingiustizia, il dolore per la separazione dai figli e dalle figlie, il senso di claustrofobia per essere relegati fuori dallo spazio relazionale. La strumentalizzazione  fatta del disagio vissuto da questi uomini non può portare a rimuovere le gravi condizioni materiali e relazionali in cui molti di loro si trovano a vivere.

È evidente che quello delle separazioni è un terreno minato, segnato da molti conflitti individuali, rivalse, strategie legali che rischiano di viziare ogni lettura che tenti di generalizzare i singoli casi. Per tentare un approccio equilibrato è necessario evitare le generalizzazioni improprie ma, al tempo stesso, tentare di riconoscere alcuni dati emergenti e non relegabili alla singolarità dei casi.

Cominciamo dunque col dire che in generale è ancora molto diffusa una scarsa disponibilità dei padri ad assumere la cura dei figli. Si tratta di un dato che emerge anche dalla disparità di utilizzo dei congedi parentali. Questo dato, però, non può offuscare il numero crescente di padri che scelgono di costruire con i propri figli e le proprie figlie una relazione intensa di cura e rimuovere le tante resistenze sociali e culturali allo sviluppo di queste esperienze. Al singolo padre che rivendica il mantenimento di un rapporto assiduo con i figli dopo la separazione non si può quindi contrapporre una generica valutazione dell’indisponibilità maschile alla cura. Al tempo stesso è ancora molto diffuso il fenomeno di padri che non ottemperano all’impegno a versare l’assegno per il sostentamento dei figli e dell’ex coniuge così come sono certamente presenti comportamenti individuali scorretti da parte di donne che fanno dell’indebita pretesa economica un’occasione di rivalsa o semplicemente una strategia opportunistica. Allo stesso modo è opportuno tener conto di uomini il cui reddito non emerge perché frutto di attività  con ampia evasione fiscale.

I dati ISTAT pubblicati nel 2011riportano, poi, che la quota di separate, divorziate o riconiugate in famiglie a rischio di povertà è più alta (24%) rispetto a quella degli uomini nella stessa condizione (15,3%) e a quella delle donne in totale (19,2%). Le percentuali più elevate di donne a rischio di povertà si trovano tra le single (28,7%) e tra le madri sole (24,9%). Sempre secondo lo studio dell’Istat, dopo la separazione, a veder peggiorare la propria condizione economica sono soprattutto le donne (il 50,9% contro il 40,1%), chi al momento dello scioglimento non aveva un’occupazione a tempo pieno (54,7%) e chi aveva figli (52,9%). Inoltre, dopo la separazione i figli non vedono o vedono meno i genitori o i parenti del padre e della madre (rispettivamente, nel 18,6% e nel 8,7% dei casi). A seguito dello scioglimento dell’unione, l’abitazione è assegnata dal giudice o tramite altro accordo più frequentemente alla donna (40,8%), meno spesso all’uomo (34,6%), raramente ai figli (6,3%); la casa in cui vivevano i coniugi non è destinata né a loro, né ai figli nel 16,8% dei casi. La donna è più spesso assegnataria dell’abitazione se al momento dello scioglimento dell’unione sono presenti figli (45,3%) e ancor più quando l’immobile era di sua proprietà (86,5%, mentre per gli uomini proprietari si arriva al 69,4%) o di proprietà congiunta con l’ex-partner (54,7%). Sempre secondo l’Istat, chi ha cambiato abitazione (41,3%) è tornato per lo più a casa dei genitori (il 32,5% degli uomini e il 39,3% delle donne), oppure ha preso un’altra abitazione in affitto (il 36,8% e il 30,5%).

I numeri, dunque, non autorizzano letture estreme o vittimistiche. Ma questo non rimuove il portato di sofferenza di queste esperienze e, soprattutto, non serve a risolvere la percezione di un’asimmetria nell’esperienza di donne e uomini. Un’asimmetria che diviene motivo di una lettura vittimistica e rancorosa ma che va esplorata e analizzata.

La differente collocazione di uomini e donne nei casi di separazione e di conseguente affidamento dei figli non nasce in quel momento ma si fonda su una differenza di ruoli sociali e di attribuzione di attitudini e aspettative ai due sessi che plasmano lo spazio sociale nel suo insieme.

La distinzione tra spazio pubblico e privato su cui si è creata una gerarchia tra i sessi, su cui abbiamo pensato attitudini, virtù e destini di donne e uomini è al fondamento della gerarchia tra i sessi e della disparità di potere, autonomia, autorevolezza sociale e libertà tra questi.

Il pregiudizio che attribuisce alle donne una vocazione alla cura, sulla base del quale il Tribunale decide di affidare ad essa i figli in caso di separazione, è lo stesso che agisce quando si decide a chi riconoscere una promozione, chi assumere, a chi affidare la guida di un Partito. Contrastare questa rappresentazione stereotipata è dunque un terreno che riguarda uomini e donne la cui lettura semplificata degli effetti ultimi in una dinamica meramente competitiva può dare una facile risposta alla rabbia individuale ma non  ne mette in discussione le radici. Ogni volta che si ironizza sulla poca virilità di un uomo che “sta a casa a fare le pappine o a cambiare i pannolini”, ogni volta che si interdice con l’ironia l’espressione maschile di sentimenti e tenerezza, ogni volta che si liquida con sufficienza una donna perché emotiva o al contrario le si attribuisce la detenzione di “attributi maschili” per la sua determinazione sul lavoro, si prepara quella sentenza di affidamento, si è complici di quella scelta che genera sofferenza e solitudine.

E poi c’è la dimensione economica. Come ha agito in una situazione di ordine per creare gerarchia tra i sessi ora diviene motivo per quella che viene percepita come una vessazione. Quando la diversa disponibilità economica tra uomini e donne, e dunque il loro diverso livello di autonomia e di cittadinanza, era connotata da una presunta naturalità di ruoli e vocazioni questo determinava una dipendenza femminile che offriva agli uomini al tempo stesso strumenti di controllo e opportunità di riconoscimento sociale. “Sono quello che porta i soldi a casa, sono un uomo che mantiene una famiglia”.

Quando la famiglia perde la sua indissolubilità, quando le donne accedono, seppur con molti limiti al lavoro, questi elementi fanno scandalo di fronte al disordine di ruoli che si è generato. E la detenzione del denaro, il ruolo di bread winner da sanzione della propria centralità e della propria funzione diviene condanna, ingiusta vessazione.

Ha un legame con questa asimmetria la sofferenza maschile rispetto alle scelte riproduttive.  Anche in questo caso si tratta di riconoscere come la costruzione di un potere (normativo, simbolico, tecnologico) sul corpo delle donne lascia gli uomini di fronte alla miseria che hanno generato per sfuggire al proprio limite, quando l’impalcatura di significati che la sosteneva entra in crisi. Anziché scegliere l’inseguimento frustrato di un potere ormai svuotato e obsoleto forse potremmo misurarci con l’esperienza di quel limite e, su questa consapevolezza, costruire anche una nuova interlocuzione con le donne, anche un nuovo conflitto.

A questo proposito torna il testo di Badinter che si apre proprio con un’argomentazione che tiene insieme mutamenti normativi riguardanti il diritto di famiglia e il divorzio con le tecnologie contraccettive e riproduttive per sancire “la fine del patriarcato. Tu sarai padre se io vorrò, e quando vorrò.” [20]

Anche Manuela Fraire riflette su un’associazione tra crisi del simbolico patriarcale e trasformazioni tecnologiche che marginalizzano il ruolo riproduttivo maschile.

 

A tutto ciò va aggiunto il potere della scienza medica che con la complicità femminile sostituisce il corpo dell’uomo con il suo seme, il suo nome con l’anomia. La siringa dell’inseminazione artificiale si presta particolarmente bene a rappresentare l’attributo fallico di una fantasia auto generativa femminile che svuota il corpo dell’uomo e riempie quello della donna[21].

 

In questa angoscia maschile che si tramuta in vittimismo o rancore possiamo trovare qualche risorsa? Le donne vedono nella relazione un luogo di senso o quella fantasia auto generativa di cui parla Fraire e che gli uomini hanno alimentato per sé per millenni seduce anche le donne? Su questo reciproco riconoscimento di interdipendenza, di vulnerabilità e di parzialità è possibile costruire una relazione più ricca e libera tra uomini e donne?

 

Ma c’è un ulteriore e meno esplicita tonalità del rancore maschile: è il risentimento per il potere seduttivo femminile che mostra la fragilità della presunta autosufficienza maschile. La risposta maschile basata sul potere e sulla “punizione” sessuale tenta di rimettere in ordine i ruoli, riconfermare che questo fosse quello che la donna voleva, ma anche coprire l’angoscia della vulnerabilità e della dipendenza con il potere di acquistare ciò di cui scopriamo di avere bisogno. Potendo comprare o comunque acquisire si può far finta che quella fastidiosa sensazione di dipendenza e bisogno non sia altro che la misura della propria pulsione al godimento che posso soddisfare grazie alla disponibilità di “consumo” che acquisisco col denaro o il potere.

Ognuno di noi ha misurato la sofferenza per quella condizione di illibertà che ci dà l’attrazione per l’altra. Certo: è un’esperienza comune a donne e uomini ma anche qui c’è un’asimmetria.

Come osserva Paola Tabet in un libro significativamente dedicato allo scambio di sesso, denaro e potere tra i sessi:

La posta in gioco è […] il non diritto delle donne a una sessualità propria, la trasformazione obbligata della sessualità delle donne in sessualità di servizio. Il dominio maschile si costruisce su un lavoro complesso – e non disgiunto da violenza – di controllo e annientamento della sessualità delle donne […]. L’idea chiara è che la donna invece, non essendo motivata dal proprio desiderio (non è pensata né pensabile come soggetto di sessualità e desiderio), offre un servizio all’uomo e deve quindi ricevere una contropartita […]. [I]l dono, si può dire, suppone e costantemente impone una differenza nei soggetti sessuali. Dare sistematicamente […] in cambio dell’atto sessuale di un altro non solo l’atto sessuale proprio, ma un dono in aggiunta, implica non riconoscere la stessa urgenza, necessità e autonomia alla sessualità dell’altro. Questo modello relazionale è legato a un rapporto di dominio che non si limita a negare l’autonomia della sessualità femminile, ma porta con sé una rappresentazione di quella maschile:  [La sessualità] si configura come uno scambio asimmetrico. [in cui]  gli uomini si trovano a chiedere rapporti che le donne non hanno voglia di concedere. Non scambio di simile con simile [22]

 

Il sesso degli uomini è rappresentato non avere un suo valore nello scambio tra i sessi e chiede dunque la mediazione del denaro o del potere.

Paradossalmente l’asimmetria di potere tra donne e uomini – asimmetria che si sostanzia sia nel potere maschile  di disporre dei corpi femminili ma anche nella rimozione sociale del desiderio femminile e dunque nella negazione di una sessualità femminile autonoma non limitata a sessualità di servizio – viene ribaltata in una lettura rancorosa verso la strumentalità e l’opportunismo femminile. La denuncia della strumentalità e della furbizia femminile nell’uso delle armi della seduzione è nuova occasione di vittimismo maschile.

Come in uno degli “editoriali” del sito “Uomini beta”:

Reciprocità e spontaneità sono due concetti che la grande maggioranza delle donne non sa neanche cosa siano. Per lo meno per quanto riguarda il rapporto con i maschi non dominanti (beta), cioè la grande maggioranza degli uomini, che è quello che a noi interessa. Tradotto in parole ancora più povere, se gli uomini (beta) non si proponessero, non andassero di loro propria iniziativa verso le donne, l’incontro fra i due sessi non avverrebbe mai, non avrebbe neanche luogo. Detto in modo più rozzo ma forse ancora più efficace, se anche gli uomini adottassero gli stessi comportamenti delle donne, l’umanità si sarebbe estinta già da un bel po’ di tempo.

E sulla base di queste considerazioni testé fatte, ci sembra assolutamente verosimile confermare la tesi contenuta all’inizio di questo articolo: e cioè che nel rapporto fra uomini e donne non c’è alcuna reciprocità. Nella grande maggioranza dei casi sono gli uomini ad andare verso le donne. E’ molto raro che accada il contrario e quando ciò accade significa che l’uomo o gli uomini in questione sono maschi alpha, cioè uomini appartenenti alle elite dominanti. Ma questa è appunto l’eccezione che conferma la regola e la nostra analisi.

Noi riteniamo che questo aspetto dell’ontologia e/o della cultura e del modo di essere femminile, che normalmente viene considerato dalla grande maggioranza degli uomini come un fatto più o meno naturale, scontato e dato per acquisito, sia in realtà uno dei più significativi, e anche dei più gravi, del manifestarsi delle donne nel mondo.

Ma cosa nasconde l’incapacità/non volontà/riluttanza/diffidenza/fastidio/ e il più delle volte addirittura l’insopportabilità, per le donne, ad andare verso gli uomini?

Innanzitutto l’incapacità di relazionarsi con l’altro da una posizione di parità. Pretendere che sia sempre e solo l’altro a fare il primo passo significa porsi automaticamente in una posizione di potere nei confronti dell’altro. Se l’altro si muove è evidente che sta già manifestando un interesse nei confronti dell’altra e quindi le sta già di fatto conferendo un potere. Il fatto stesso che egli si muova per primo, manifestando di fatto il suo interesse, la pone in una posizione di vantaggio (e di potere) nei suoi confronti. Non solo. Nel momento in cui è l’uomo, sempre e comunque, a proporsi, è la donna che si trova oggettivamente nella posizione di chi decide. Di nuovo il concetto di potere, che torna sistematicamente e implacabilmente ogniqualvolta si affronta questa tematica. Ma accanto al concetto di potere entra in ballo in questo tipo di relazione anche quello di “dovere”. […] Quindi l’uomo deve proporsi, deve andare versus la donna. Se non lo fa è praticamente condannato alla solitudine affettiva (ammesso che su questi presupposti si possa veramente costruire una relazione autenticamente affettiva…) e alla totale assenza di vita sessuale.

Naturalmente non è affatto detto che proponendosi egli ottenga il risultato sperato, anche perché è la donna che dice l’ultima parola, né potrebbe essere altrimenti, date le circostanze.

Ma non è tutto. Non solo l’uomo ha l’obbligo (anche se non scritto) di proporsi ma lo deve fare anche secondo schemi e modalità gradite alla controparte. Deve insomma mettere in atto una serie di comportamenti al termine dei quali la donna, laddove valutasse tali comportamenti gratificanti e sufficienti, potrebbe decidere di concedersi, sempre secondo tempi e modalità che verranno da lei decisi e determinati.

Ma non è finita. Quali saranno i criteri di selezione che la donna, nella grande maggioranza dei casi, sceglierà di seguire per decidere un eventuale partner? Naturalmente quelli dell’ordine sociale dominante. E ci sentiamo di affermare con una notevole dose di certezza, sia pur empirica, che tra un uomo più vicino per una serie di caratteristiche di ordine sociale, economico o di provenienza familiare alla categoria dei dominanti (alpha), e un uomo decisamente appartenente alla categoria dei non dominanti (beta), ella sceglierà nella quasi totalità dei casi, il primo.

Naturalmente, in questo frangente specifico, non stiamo parlando di un maschio alpha doc, ma di qualcuno che nella scala gerarchica sociale, maggiormente gli si avvicina o gli assomiglia, anche se per difetto. Infatti, anche in questo caso, come abbiamo visto, stiamo parlando di un uomo che deve comunque proporsi.

Cosa che non avverrebbe mai se fossimo in presenza di uomini effettivamente dominanti (alpha). […] Ma il concetto di dovere è l’esatto contrario di quello di “piacere”, sul quale dovrebbe invece secondo noi fondarsi la relazione fra i generi. E’ evidente che se si fa una cosa per dovere, sarà assai difficile che la si faccia anche per piacere. Può succedere talvolta che ciò accada, ma certamente non è la regola. E in ogni caso, se la si fa innanzitutto per il proprio piacere, il concetto di dovere viene ad essere automaticamente disinnescato. […] E cosa può esserci di spontaneo in questo? Nulla, dal momento che è uno schema prestabilito a priori. Se ci fosse spontaneità questo sistema di regole non esisterebbe affatto e gli uomini e le donne si incontrerebbero appunto spontaneamente, nel sereno, naturale, libero e reciproco gioco amoroso.

Ma è evidente che in questo modo i concetti di reciprocità e di spontaneità sono stati assassinati in favore di quelli di potere e di dovere.

Ma se la reciprocità e la spontaneità sono state assassinate, è altrettanto evidente che il delitto è stato perpetrato anche nei confronti della possibilità di una relazione autentica fra gli uomini e le donne. Che infatti al momento, tranne le solite rare eccezioni che confermano la regola, non esiste.

Se paradossalmente, applicassimo queste logiche anche all’altra grande questione umana, l’amicizia, avremmo commesso l’ennesimo delitto.

Ma l’amicizia, per nostra fortuna, è relativamente immune da queste stesse logiche. […] nell’amicizia non è previsto lo scambio sessuale né lo scambio di alcun genere. Non vige insomma la regola del do ut des che è stata invece applicata alla relazione fra i generi.[23]

 

In realtà uomini alfa e beta, pur disponendo di differenti opportunità di potere e quindi di differenti risorse nella conquista delle donne, sarebbero accomunati dall’obbligo a far ricorso al potere o al denaro per sollecitare l’interesse femminile. Il potere di affermare il proprio desiderio come unico motore delle relazioni tra i sessi si rivela un dono avvelenato che condanna gli uomini a costruire potere o ad accumulare denaro per poter accedere al corpo femminile e conquistare lo sguardo femminile.

Berlusconi, (certamente un maschio alfa con molto potere, molti soldi, molto successo sociale) nelle telefonate a Tarantini ostenta ironicamente questa condizione piuttosto frustrante: «Così le ragazze sentono che c’è qualcuno che ha il potere di farle lavorare […] Sono persone che possono far lavorare chi vogliono. Ecco quindi le ragazze hanno l’idea di essere di fronte a uomini che possono decidere del loro destino. Ecco l’unico ragazzo sei tu, gli altri sono dei vecchietti però hanno molto potere» (corsivo mio).

C’è dunque, nel gioco delle parti tra i sessi, un prezzo da pagare per gli uomini: la rimozione del desiderio femminile e la disparità di potere tra i sessi ci dice che la disponibilità femminile è solo frutto di opportunismo. L’estremo dell’uomo vecchio con molto potere o ricchezze con una donna giovane e bella, il rapporto del cliente con la prostituta sono solo l’estremizzazione di una coppia a cui sembriamo tutti condannati e condannate. Il rito dell’uomo che offre la cena ci rimanda a uno scambio che sottende a una asimmetria di potere, autonomia, desiderio. In una parola di soggettività. Proteggere, conquistare, sedurre, controllare, possedere, si confondono tra loro.

Nel dibattito sullo scambio sesso, denaro potere abbiamo letto analisi sulla legittimità e sulla potenzialità trasgressiva di una scelta femminile di giocare questo scambio disinvoltamente e quasi come rivalsa. Meno si è indagato sulla carica di rancore maschile che emerge in questo uso del potere nell’impotente contrasto all’angoscia della dipendenza e della vulnerabilità.

La percezione frustrata di un opportunismo femminile che muove il commento di “uomini beta” fino alla misoginia non rivela forse la miseria generata da questa costruzione di potere su cui il maschile ha basato la propria risposta?

 

Ma lo spostamento generato dalla seduzione femminile, la rottura di questo equilibrio, di questa autosufficienza ha due ulteriori ingredienti che rimandano a due forme di risentimento maschile: il primo è l’incrinarsi della solidarietà tra uomini: dalle lamentele degli amici del calcetto per l’indisponibilità di chi si fidanza, alla percezione di un nuovo legame che ci porta a rompere quel patto di fratellanza tra maschi basata sull’uso del corpo femminile. La rimozione della soggettività femminile e il patto tra uomini come luogo di conferma della virilità portano a percepire l’istaurarsi di una relazione con una donna come la rottura con un impegno “etico”: quello dell’autonomia, della relazione tra uguali, libera dal bisogno. La relazione tra uomini basata sulla finzione della rimozione dell’interdipendenza, e sulla simulazione dell’incontro tra individui auto fondati, artefici di se stessi teme la rivelazione che il desiderio e l’amore portano con sé.

Il secondo elemento derivante dal “potere seduttivo femminile” riguarda la sua capacità di indurci a fare e pensare cose che non avremmo mai fatto.

Spesso, ad esempio, la violenza è autogiustificata dalla responsabilità della donna che avrebbe indotto a quel gesto inconsulto dettato dalla sofferenza, dal troppo amore, dalla capacità di esasperarci. Così la violenza diviene paradossalmente la giusta punizione per averci fatto divenire violenti o meglio per aver fatto emergere quella violenza che la passione ci ha impedito di controllare: “il sangue non è acqua”, “non ci ho visto più, con il sangue agli occhi” “lei mi ha ridotto così”. Nei gruppi di ascolto di uomini che hanno compiuto atti violenti o maltrattamenti è frequente il rifiuto ad essere etichettati come tali. Non (solo) per semplice strategia difensiva ma per un più profondo rifiuto ad essere identificati con l’atto violento che viene attribuito ad uno smarrimento della propria capacità di autocontrollo di cui la donna sarebbe in genere responsabile.

Anche qui l’antidoto ad un esito frustrato, lo spazio di libertà, è paradossalmente proprio nel limite: nel riconoscere il desiderio femminile rimosso e nel riconoscimento della propria parzialità e dei legami che ci costituiscono.

Sì. Potranno dire molti uomini: riconosco che queste tensioni sono frutto degli stereotipi, e che non sono vittima di un complotto femminile.  Ma io? La mia sofferenza, la mia rabbia, la mia solitudine, il mio desiderio, il mio smarrimento?

Questa risposta è innanzitutto nella responsabilità di ognuno di noi: quale prospettiva è capace di rispondere ai conflitti e alle domande che ci attraversano?  Spesso il vittimismo e il rancore appaiono la soluzione che rimuove la responsabilità di misurarsi con i propri limiti, i propri desideri, la propria autonomia.

Ma per opporre alla rivalsa frustrata l’interlocuzione libera con le donne e la costruzione libera di sé c’è bisogno anche di una dimensione collettiva – oggi occupata quasi solo dal revanscismo- capace  di dare visibilità e di sostanziare una diversa domanda di libertà maschile. Una domanda a cui va data forma, espressione, memoria. Su cui è necessario costruire immaginario,  capacità di comunicazione. Bisogna essere capaci di svelare i luoghi comuni in cui ci si rifugia, anteporre ironia al livore, desiderio di libertà alla pulsione rancorosa, offrire riferimenti per contrastare la paura del ridicolo, e per dare risposte diverse alle angosce che attraversano ognuno.

Il rancore maschile è una trappola pericolosa, un frutto avvelenato di un cambiamento confuso, ma è anche una risorsa se sapremo ascoltarlo, attraversarlo, senza rimuovere frettolosamente le sue espressioni più aspre e contraddittorie ma cercando di interrogarne le radici profonde.

 

 

 

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Porzio Serravalle E. (a cura di), Saperi e libertà. Maschile e femminile nei libri, nella scuola e nella vita, vol. II, Polite-Associazione Italiana Editori, Milano, 2001

Risè Claudio, Il maschio selvatico. Ritrovare la forza dell’istinto rimosso dalle buone maniere, Red edizioni,  Roma 1993

Risé Claudio, Il padre. L’assente inaccettabile, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2003

Ruspini Elisabetta (a cura di) Donne e uomini che cambiano. Relazioni di genere, identità sessuali e mutamento sociale, Guerini, Milano,2005,

Ruspini Elisabetta (a cura di),Uomini e corpi. Una riflessione sui rivestimenti della mascolinità, Milano,

Franco Angeli 2009

Schelotto Gianna, E se soffrissi anch’io, Venezia, Arsenale1981

Seidler Victor, Riscoprire la mascolinità. Sessualità, ragione, linguaggio, Editori Riuniti, Roma, 1992

Ventimiglia Carmine, La differenza negata – Ricerca sulla violenza sessuale in Italia, FrancoAngeli, Milano. 1998

Ventimiglia Carmine, Di padre in padre. Essere, sentirsi, diventare padre, Franco Angeli, Milano, 1994

Ventimiglia Carmine, Paternità in controluce. Padri raccontati che si raccontano, Franco Angeli, Milano, 1996

Zoja, Luigi Il gesto di Ettore. Preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre, Bollati Boringhieri, Torino, 2000

 

 

 

 

 

 

 

[1] www.comunicazionedigenere.it

 

[2] http://www.maschileplurale.it , oggi anche come gruppo facebook

 

[3] Vedi, ad esempio, su questo la riflessione critica di Lea Melandri in Lea Melandri, Le passioni del corpo, la vicenda dei sessi tra origine e storia, Torino,Bollati Boringhieri, 2001, pp. 39-40.

 

[4] http://27esimaora.corriere.it/articolo/stefania-uccisa-perche-donna/#.

 

[5]Claudio Risè, Il maschio selvatico. Ritrovare la forza dell’istinto rimosso dalle buone maniere, Red edizioni,  Roma 1993.L’ambiguo rapporto con la società delle buone maniere che avrebbe sottratto agli uomini il riferimento alla vitalità del proprio istinto rimanda alla ricorrente paura dei perdita della propria virilità messa in pericolo dal mutamento sociale. Al tempo stesso la virilità si fonda sulla capacità di autocontrollo e di ancoraggio a “valori” sociali contro l’eccesso emotivo e irrazionale attribuito al femminile.

 

[6] Per una parola maschile sulla guerra, 12 dicembre presso la sala del Carroccio in Piazza del Campidoglio

 

[7] http://www.scribd.com/doc/9271303/Robert-Bly-Iron-John-a-Book-About-Men a questo indirizzo è possibile scaricare la traduzione italiana del testo

 

[8] http://www.maschiselvatici.it/

 

[9] Alfredo Capone, Il viaggio ad Aleppo. Metamorfosi della genealogia maschile, in Carmela Covato, Memorie di cure paterne. Genere, percorsi educativi e storie d’infanzia, Unicopli 2002. p 222

 

[10] http://www.uomini3000.it/228.htm

 

[11] Vedi ad esempio: http://27esimaora.corriere.it/articolo/uomini-che-odiano-le-donne-sul-web/

http://femminismo-a-sud.noblogs.org/post/2010/07/31/cyberstalking-come-individuarlo-e-difendersi/

 

[12] Sull’argomento vedi La minigonna di internet, Laurie Penny, Independent, Gran Bretagna tradotto da “ Internazionale”, numero 927, 8 dicembre 2011

 

[13]  http://www.uomini 3000.it

 

[14] http://www.uominibeta.org/ “I principi di Movimento degli Uomini Beta”

 

[15] Elisabeth Badinter, La strada degli errori. Il pensiero femminista al bivio, Feltrinelli, Milano 2004

 

[16] Ib, pag. 44

 

[17] A questo proposito vedi M. Deriu , “Disposti alla cura? Il movimento dei padri separati tra rivendicazione conservazione”, in Elena Dell’Agnese, Elisabetta Ruspini (a cura di), Mascolinità all’italiana. Costruzioni, narrazioni, mutamenti, UTET, Torino, 2007

 

[18] http://www.gesef.org/

 

[19]Claudio Risè, Il padre. L’assente inaccettabile, cit., pp. 71-83.

 

[20] Elisabeth Badinter, p. 7

 

[21] Manuela Fraire, “L’oblio del padre”, in Amalia Giuffrida (a cura di), Figure del femminile, Monografie della Rivista di psicoanalisi, Borla Edizioni, Roma 2009.

 

[22] PaolaTabet, La grande beffa. Sessualità delle donne e scambio sessuo-economico, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2004, pp 157 e seguenti

 

[23] Reciprocità e spontaneità di Fabrizio Marchi sul sito http://www.uominibeta.it

 

 

 

“Essere maschi. Tra potere e libertà”

Pubblicato 13/05/2010 di cicconestefano
Categorie: maschileplurale

“Riprendiamoci la libertà di stampa: diretta di Rai per una notte” – 25 Marzo a Piazza Farnese

Pubblicato 24/03/2010 di cicconestefano
Categorie: Elezioni 2010

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RIPRENDIAMOCI LA LIBERTA’ DI STAMPA:

Giovedi 25 Marzo ore 21.00 a Piazza Farnese

diretta di RAI PER UNA NOTTE

Con

Roberto Benigni, Antonio Cornacchione, Teresa De Sio, Gillo Dorfles, Elio e le Storie Tese, Giovanni Floris, Milena Gabanelli, Sabina Guzzanti, Riccardo Iacona, Read the rest of this post »

“Amare, far nascere, morire: qual è la tua idea di libertà?” – 24 Marzo al Caffè Letterario 15 Gradi

Pubblicato 20/03/2010 di cicconestefano
Categorie: Elezioni 2010

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